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Gli infiniti volti dell'amore
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Claudio Barbero
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Autori Sognatori
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Sono nato a Formia il 22 giugno 1972 da padre medico e professore associato di matematica nell’Università Federico II di Napoli e da madre insegnante di lettere. Sono sposato con Florenza Nacca, laureata in Farmacia. Vivo e risiedo a Gaeta.

Nel 1991 ho conseguito la Maturità Scientifica al liceo Enrico Fermi di Gaeta riportando la votazione di 60/60.

Nel mese di marzo del 2000 ho conseguito la Laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Federico II di Napoli con la votazione di 110/110, discutendo la tesi sperimentale: “I disturbi del sonno nell’emodializzato”, avendo come relatore il Ch -mo   Prof. Pasquale Stanziale.  

Mi sono abilitato alla professione medica nel maggio del 2000 con 28/30.

Nel corso degli studi di Medicina ho frequentato per due anni il reparto di Medicina Interna e Nutrizione Clinica afferente alla cattedra del Prof. Mario Mancini, sotto la direzione del Prof. Franco Contaldo.

Dopo aver intrapreso lo studio della Nefrologia ho nutrito un interesse particolare per questa branca medica e ho deciso di frequentare il reparto di Nefrologia Medica diretto dal Prof. V.E. Andreucci, sotto la guida  mirabile del Dott. Massimo Sabbatini.

Ho adempiuto come obiettore agli obblighi di leva dal mese di novembre del 2000 presso la Fondazione Villaggio Sociale “Nicola Maria Pace” di Napoli con sede a Filiano (PZ),opera di beneficenza voluta fortemente da Mons. Antonino Pace.

Nel mese di febbraio del 2002 ho superato il concorso di ammissione alla Scuola di Specializzazione in Nefrologia presso la Seconda Università di Napoli,classificandomi al secondo posto in graduatoria.

Il primo anno del corso degli studi specialistici ho frequentato il reparto Degenze e dialisi peritoneale diretto dal Prof. Natale G. De Santo, avendo come tutore il Prof. Massimo Cirillo, mentre  il secondo e il terzo anno ho avuto come tutori  il Prof. Domenico Cirillo e il Prof. Mario Landolfi. Nello stesso periodo ho frequentato anche l’ambulatorio dei pazienti nefropatici cronici gestito dalle Dott. -sse  Daria Acone e Maria Pluvio.

Nel quarto e quinto anno di corso ho praticato il tirocinio presso il reparto di Emodialisi avendo come tutori la Prof.-ssa Alessandra Francesca Perna e il Dott. Pietro Anastasio.

Nel 2004 ho partecipato al “The 10th  European Meeting on Cardionephrology” di Assisi  in qualità di relatore dei seguenti lavori scientifici:

1) “The role of hypertension in the progression of non diabetic nephropaties”

2) “Use of Irbersartan in the arythmias of hemodialysis patients”

L’anno seguente ho preso di nuovo parte al “The 11th  European Meeting on Cardionephrology”  svoltosi sempre ad Assisi dove ho presentato il seguente lavoro scientifico:

“Atorvastatin and CRP-Role in hemodalysis patients atherosclerosis”

Ho conseguito la Specializzazione in Nefrologia il 26/11/2006 riportando la votazione di 50/50 e lode,discutendo la tesi sperimentale: “Cardioprotezione e nefroprotezione-Ruolo dell’Atorvastatina”, avendo come relatore il Prof. Antonino Saggese.

Dal 1° dicembre 2006 sono stato assunto in qualità di Direttore Sanitario presso il Centro di emodialisi Eurodial  S.r.l. di Napoli  e vi ho prestato servizio fino al mese di marzo del 2009.

Attualmente lavoro presso il Centro di emodialisi Diaverum Italia S.r.l. di Fondi gestito dal Dott. Giovanni F.M. Strippoli. 

Conosco il francese e l’inglese.

Ho interessi letterario-filosofici e sono un appassionato di musica classica, astronomia,micologia e adoro fare escursioni in montagna. Sono autore di alcuni libri ispirati all’ambiente montano tipico dei Monti Aurunci.

 

I suoi libri

REQUIEM PER UNA FOGLIA AUTUNNALE

Francesco è un anziano rappresentante dell’universo pastorale del comprensorio aurunco nel basso lazio. La scena del Romanzo è ambientata in un realistico quadro bucolico caratteristico del massiccio carsico del preappennino laziale, dove Francesco vive la sua vicenda lavorativa ed umana  nel  borgo medioevale di Maranola inerpicato come un presepe sulle pendici del Monte Redentore. Una passeggiata nell’immensa foresta  ammantante il versante nord-orientale del Monte Ruazzo è il pretesto per un’ampia e sofferta meditazione sulla vita e sulla morte, che condurrà l’anziano e stanco pastore alla conquista di una dimensione autentica dell’esistenza umana, dove uomo e natura vivendo in reciproca simbiosi possono guardare serenamente al cielo. “L’incipit” è l’attenta considerazione nella malinconia che stigmatizza la terza età, di una foglia autunnale che cade da una vetusta quercia, e questa poetica caduta e il “leitmotiv” dell’intero romanzo. La festa del patrono del paese  San Rocco è il pretesto per un’introversa ed inusitata riflessione sul significato di antiche consuetudini e sul valore di tradizioni ormai secolari: la processione che l’ultima domenica di giugno che porta la statua di San Michele Arcangelo dal paese alla piccola chiesa rupestre sul Monte Redentore. La reverenza schietta e sincera  verso la statua in bronzo collocata strategicamente sulla guglia cucumitale del monte omonimo è opportunità per una riflessione sul dolore e sulla redenzione, per immaginare l’incontro con un Cavaliere vestito di Luce e per paragonare se stesso ai caduchi petali degli anemoni. Le donne del paese dagli occhi umidi di pianto per la vedovanza sono le protagoniste e le eroine della speranza, come lo è il pastorello che vede l’immagine della Madonna in un leccio sul Monte Fusco, ma la vicenda rupestre di Francesco si spinge ancora più in alto, verso l’alta cuspide del Monte Petrella, qui Francesco tra splendide piante di pino sembra recuperare inaspettatamente la libertà e la serenità smarrita immedesimandosi nella figura libera ed aerea del Falco Pellegrino abitante dei dirupi più inaccessibili, ma colto da un’improvvisa tempesta è costretto a rifugiarsi febbricitante in un anfratto noto agli abitanti del luogo come la Fossa Juanna, luogo dove vi era secondo le credenze popolari il ritrovo di Ianare dedite a pratiche magiche e riti satanici. Soccorso da una Ianara, erede morale della povera Juanna trucidata barbaramente dai briganti che un tempo infestavano la zona Francesco conosce la sua guida spirituale in uno strabiliante viaggio. Ademia si rivelerà essere la Sibilla Cumana del Dies Irae ,  sapiente e prosperosa, sensuale e saggia. Il Pastorello, semplice ed umile inizia così uno sconcertante dialogo con la propria visione onirica che si conclude in una percezione apocalittica della vita e della morte nella quale Ademia sembra riprodurre l’indimenticabile figura estatica e morale della Beatrice dantesca. Ademia assume addirittura una connotazione salvifica, come Maria ha tra le braccia un agnello sgozzato che rappresenta chiaramente l’agnello descritto dall’apostolo Giovanni nell’Apocalisse e le sue previsioni sul destino del mondo e dell’essere umano sono puntualmente tratte dal libro della rivelazione. La figura dell’agnello è contrapposta in maniera icastica a quella del Lupo, entrambi rappresentano potenze soprannaturali e figure concrete nella vita di Francesco, il primo l’agnello giudice e redentore dell’apocalisse, ma anche il simbolo della ragione stessa dell’esistenza di Francesco , la protezione e la tutela dei suoi armenti; il secondo al contrario rappresenta l’anticristo, ma anche quell’animale contro il quale Francesco ha dovuto più volte difendere il suo gregge. A questo proposito fa la sua straordinaria apparizione il pastore maremmano Arturo, strenuo difensore del gregge, amico fedele di Francesco e veltro nella visione apocalittica descritta da Ademia, nonché il tenerissimo ed impaurito Timmy, cucciolo sperduto, magnanimamente soccorso dai due amici. Timmy nella sua strabiliante dolcezza rappresenta l’umanità sperduta e senza punti di riferimento se non se stessa. Francesco da “buon pastore” soccorrendo Timmy impersona ciò che il filosofo Spinoza avrebbe definito “un Dio per l’altro uomo”. Ed in effetti il messaggio introdotto dalla sibilla Ademia è proprio questo: chi si fa guida per un umanità impaurita e sperduta nell’abisso della propria solitudine, incarna Dio stesso e rappresenta la salvezza per l’altro uomo. Il male è impersonato dal cacciatore di frodo Jacopo, che incarna l’altra fetta d’umanità, spietata ed indifferente al dramma di chi cerca se stesso, che anzi diventa preda e vittima innocente. La visione inquietante del cane da caccia Satana, si contrappone simmetricamente a quella di Arturo, fedele amico dell’uomo, dipingendo in tinte fosche una sorta di anti-veltro direttamente scaturito dall’inferno dantesco, che sbrana prede indifese ed aggredisce bambini nel villaggio. Al risveglio Francesco avrà altre incredibili sorprese e si ritroverà libero e felice a far ritorno in paese ed a condurre se stesso ed i suoi armenti verso  alte cime come il Petrella, L’altino ed il Ruazzo, prossime a quella dimensione eterea che rappresenta mirabilmente l’”eterno femminino” che ci tra verso l’alto. Ritorna qui l’immagine celestiale dei pini del Petrella “punti esclamativi che indicano al buon pastore la sua vera patria: il cielo” e che si contrappongono nel mistero ai punti interrogativi che affliggono l’umana esistenza.  Torna poi anche la rappresentazione poetica del piccolo borgo, ma qui Maranola rappresenta il  turrito confine fisico tra realtà metropolitana e tradizioni bucoliche dell’universo aurunco e morale tra ciò che nel cuore umano volge alla terra e ciò che al contrario anela appassionatamente al cielo. Immagini serafiche come la piuma celeste della Cianciarella e le uova azzurre della Passera Itrana sembrano schiuderci letteralmente la porta del cielo, mentre sembianze più terrene come il cercatore di Asparagi ed il fungaiolo paiono ancora per un po’ trattenerci alla terra, ma tutto trova la sua conclusione in un’estasi tra cielo e terra, tra mari e monti che disegna e scolpisce roccia su roccia, “rava su rava”, nel meraviglioso altopiano carsico di Terruto un sentiero che dalla terra solca il cielo, una mulattiera celeste che porterà Francesco dallo smarrimento dei sensi raffigurato dal buio della selva di Lecci di Valle Cupa, che rappresenta con le sue scure radici che si abbarbicano sulle rocce e i suoi rami intrecciati ed impenetrabili la confusione delle passioni; alla pace interiore che solo l’infinito potrà donargli. La percezione fisica dell’infinito e metafisica dell’eternità conclude il romanzo in una tersa atmosfera di religiosità assoluta e conduce con estrema dolcezza Francesco ed il lettore all’”ultimo viaggio” la riappropriazione inedita ed innamorata delle nostre origini divine chiave di volta del Romanzo.

 

LA GRANDEZZA DEL VOSTRO AMORE

Manuel era un medico di successo che aveva dedicato buona parte dei suoi giorni ad alleviare le sofferenze dell’umanità e si ritrovò a rivivere, nel delirio di un suo ricovero in ospedale, i principali eventi della propria esistenza immaginando il prossimo futuro, la morte e la vita che l’attendeva tra le stelle. Risvegliatosi in sala di rianimazione, circondato da strane macchine, non ricordava più nulla di come vi era arrivato. Iniziò a vedere proiettati, sul sipario oscuro dei suoi occhi chiusi, le principali scene della propria vicenda, conservando la lucidità necessaria per iniziare una sofferta riflessione sul significato della sua vita e di quella morte che ormai riteneva prossima. Il trionfo dei suoi indiscussi meriti professionali non sarebbe stato sufficiente a riscoprire il vero senso dell’essere nel mondo. Vide scorrere così, come in una mistica processione, le stagioni della sua storia, in un lento avvicendarsi di flash rimasti impressi per sempre nello specchio dei suoi occhi ormai stanchi. 

IL CANTO DEL CIGNO

La morte di un Cigno assume come tutti noi sappiamo un significato esclusivo e senza eguali, quello di declamare con dolce rassegnazione nel corso delle ultime ore della vita terrena di una fragile, indifesa creatura una sublime verità che può essere di sostegno spirituale per chiunque è assetato di un significato per i suoi giorni. Nulla vi è di più alto e sublime del canto d’un Cigno, ognuno sa che l’ultima e più alta espressione di ciò che nobilita la propria esistenza sarà proprio come il Canto d’un Cigno: un incanto senza uguali. Il Requiem in Re minore fu il Canto del Cigno di Mozart, l’incompiuta Arte della Fuga quello di Bach e molti altri hanno composto o scritto un Canto del Cigno prima di morire. Arduo il compito di quel povero scrittore in erba, forse ancora lontano dall’ultima ora, che nella miseria dei suoi mezzi espressivi si è preposto un compito così alto: quello di dare voce al sublime che c’è in noi pretendendo di scalare per ognuno ( anche per chi non ha le cordate adatte) le vette più alte e forse cadere inesorabilmente nel vuoto nello sforzo titanico e generoso di compiere una simile impresa. Descrivere le ultime ore di vita di una creatura alata significa parlare della vita e della morte e pretenderne un significato, anche quando tutto sembra assurdo ed assume le tinte fosche della disperazione. Tratteggiare una figura alata nel momento del trapasso è una dichiarazione ingenua e spontanea di fede incondizionata nella vita. Saper morire, farsi per così dire fautori di una buona morte, significa in senso retrospettivo aver dato un significato giusto ai propri giorni anche se non lo sappiamo dire tale è la povertà delle parole, ecco perchè sopraggiunge nella fantasia letteraria dello scrittore l’esigenza di dare voce all’ultimo canto di una piccola creatura alata: che canti, sospiri, professi lui al nostro posto una presunta verità, che dia voce ad un cuore analfabeta ed afono!

A morire cantando non è solo il nostro amico Cigno, perchè la morte è nella vita, non solo nell’ora estrema quando sembra naturale, quasi scontato dire qualcosa d’originale che faccia sopravvivere nella memoria le nostre misere vite; la morte è dietro l’angolo, ad ogni sconfitta, ad ogni rinuncia, quando l’amore finisce, quando restiamo senza argomentazioni ai cospetti dell’arroganza del male. Di fronte a questa morte più subdola spesso restiamo senza parole ed è in questi momenti arcani che abbiamo bisogno che nel nostro cuore prenda vita il nostro amico Cigno, che canti al posto nostro, che lasci di noi un’immagine che sia il nutrimento e la speranza della vita che deve venire. Le nostre stesse carni sono il cibo di quella vita nuova e non si tratta di cannibalismo! Muore una piccola creatura alata sulla riva del suo laghetto e nessuno sembra versare una lacrima per la sua dipartita, ma la sua morte è grande perchè ci rappresenta tutti, nella nostra volontà di vita, di lasciare messaggi, nella nostra fragilità di creature “senz’ali”, in una parola nel nostro desiderio di cantare vita e morte come fossero una cosa sola! Il racconto inizia con una trilogia quasi liturgica, se mi è consentita una definizione tanto ardita: il vento che è lo spirito stesso di Dio e che vibrando dal cuore consente il canto, l’acqua che defluisce dalle sorgenti eterne d’una verità che disseta per sempre fauci arse dall’odiosa indifferenza, il fuoco che accende le parole e facendole ardere le lega indissolubilmente nel fluido del canto, quale fosse una mistica processione d’anime. Alcuni spunti autobiografici sono come vocalizzi di un soprano in un’opera lirica, distolgono dalla monotonia del racconto. Il vento che solleva turbini di sabbia in riva al mare è lo stesso che vibra nella parola scritta e non cantata, mentre la nostalgia accascia il cuore di chi è affascinato più dalla melanconia dei “vecchi” che dal “divertissemant” dei giovani. Quest’ultimo canto  è come un’aria in un’opera lirica, una canzone dei ricordi alla Giuseppe Martucci. Il ricordo non si esaurisce però in una pausa di malinconica meditazione, il fuoco avvampa d’amore ,diventa la fiamma della preghiera e della fede che incenerisce questa vita e la disperde al vento, ma nemmeno un granello di sabbia può sfuggire alla comprensione di Dio! Ma Dio non è in questo canto solo Fuoco, il Signore diventa interlocutore reale delle ultime ansie del nostro amico Cigno, la sua voce vibrante e carica di consolazione abbellisce il canto fino a renderlo mistico delirio: viene decantato l’amore nelle sue varie manifestazioni dall’amore per una creatura terrena, immagine nella sua bellezza corruttibile della bellezza eterna in una stupefacente reminescenza letteraria di sapore platonico, all’amore mistico che muove il morente a Dio e l’umanità tutta alla sorgente “d’acqua viva”, per non patire più sete in un esaltante trionfo d’amore. Quello stesso amore si scioglie ancora in una dolce commemorazione della Via del Calvario, parallelismo tra la vita e la morte di Dio e la vita e la morte dell’uomo, Cristo ed il Cireneo, chi canta e commenta con discrezione morendo e sperando di rinascere e chi muore nella certezza di redimere! Eppure il Cristo non è l’unico interlocutore del nostro amico Cigno, un’interlocutrice parecchio meno rassicurante fa la sua tenebrosa apparizione nel bel mezzo del canto: è la morte, creatura metafisica rappresentante il nulla, l’assurdo della fine che si contrappone misteriosamente alla vita medesima e provoca il rifiuto della ragione perchè la vita è tutto e nulla si può concepire fuori di essa, eppure esiste, strappa al nostro affetto persone care, stronca vite innocenti. Quale significato per essa? Come pretendere di darne uno alla vita attraverso la considerazione della sorella oscura? Eppure la morte di una piccola creatura alata può essere in grado di insegnarci qualcosa su questa vita. Per questa ragione ecco dipanarsi dall’intricata compagine del racconto un’inquietante dialogo alla Igmar Bergman, solo che qui non è l’impavido Cavaliere a giocare astutamente a scacchi con la morte (sapendo bene che il suo fatal destino può dipendere da una sola “mossa” errata) come accade in “Il Settimo Sigillo”, bensì una debole , indifesa creatura alata che di fronte all’inquietante mistero della fine non sa che cantare ( sapendo bene che per lui ogni “mossa” sarà comunque errata), un canto difficile da tradurre in parole comprensibili all’orecchio umano. Il Cavaliere di Bergman crede di poter vincere la morte con la sua astuzia, è ancora pieno d’umano orgoglio, il Cigno parla ingenuamente con lei senza nessuna difesa, sapendo che il suo canto non è un tentativo di sfuggire l’ineluttabile ma un annuncio e che come tale potrà ingenerare in chi è in ascolto reazioni diverse: indifferenza, stupore, commozione, riflessione. Annunciare la propria fine può significare: “Vi mostro il nulla e lo faccio con grazia, affinché comprendiate il giusto valore del tutto, affinché nulla vi sia più indifferente”! Eppure la vera protagonista principale dell’ultimo canto di questo Cigno non è la morte, bensì la Croce, quella stessa Croce che condanna e da la morte a chi ama, quella stessa Croce che nel dolore e nell’amore dà un senso a questa povera vita, ma soprattutto dà un significato alla morte perchè come disse il Redentore stesso: “ Nulla è più bello di dare la propria vita per un amico”; se l’amore può dare un significato sublime persino ad una realtà insensata come la morte, per la vita non può esserci altro significato che amare! Le ultime ore terrene del Cristo colmando d’amore l’abisso della morte danno un valore nuovo alla vita, che finalmente può dirsi degna d’essere vissuta, se non altro perchè non possediamo in verità nulla se non la vita stessa e non possiamo far dono di nulla se non della vita stessa. La vita è quanto realmente ci appartiene, per questa ragione possiamo perderla facendone dono d’amore, dando un significato anche alla morte. Potrebbe sembrare un sofisma inutile e cervellotico, ma il messaggio è chiaro: la vita non si spiega senza la morte, la morte non si spiega senza la vita, ma spiegazione dell’una e dell’altra è l’amore. Cantare la morte significa spiegare la vita ed in questo modo inneggiare all’amore che tutto genera e governa! Tutto è Croce, tutto è dolore giustificato dall’amore e cantare il dolore significa cantare l’amore, declamare un motivo triste significa rendere onore alla gioia! Poi è il momento di dare voce e colore ai Tramonti che nella vita rappresentano tanti Canti di Cigno: tramonti contemplati assieme ad un dolce e poetico animo femminile, tramonti che fanno naufragare nel mistero la banalità di questa vita, perchè di giorno sembra tutto scontato ed invece al crepuscolo qualcosa d’arcano cerca urgenti spiegazioni nel momento in cui qualche risposta risuona generosa nel “canto degli affetti”. Tutto trova, come è naturale in questo contesto metafisico, compimento nella declamazione degli affetti, un inno all’amore come il sublime finale della Tourandout di Puccini: l’amore fraterno che ci lega nel sangue; genitori, fratelli, sorelle; l’amore amicale che ci accomuna in uno stesso destino, sono aspetti di uno stesso nucleo d’eterno amore che se si manifestasse di colpo ci abbaglierebbe le cornee e resteremmo ciechi. Ecco perchè in fine è cieco, morto per il mondo ( come tanti che ingiustamente sono relegati ai margini del mondo: mendicanti, prostitute, uomini persi nel baratro della propria follia) quel Cigno che rendendo al padre lo spirito vede una grande luce  rispecchiarsi fulgidissima sul lago ove nacque e con un filo di voce prova a cantare quell’amore, ma la notte sopravanza su quelle placide acque e non resta che congedare coloro che hanno udito il suo canto d’umile creatura sperando d’apprendere attraverso la sua morte qualcosa di più sulla vita, affinché nulla sia vano se non la nostra ostinata indifferenza, il nostro essere sordi al canto di tante anime che rendendo la loro misera vita al creatore vogliono scagliare  frecce verso il cielo stellato. La luce di Dio che inonda corrusca la scena, dà termine al Canto, assorbe ogni nota come in un estatico assolo di creature celesti, si cala decisamente il sipario sulla scena di questo mondo e sul palco non resta che un povero ammasso di piume senza vita, il costume di scena di un cantore che per declamare la sua verità non ha più bisogno della Crisalide del corpo ( svanisce ogni finzione, cade ogni maschera, si denuda ogni verità) ne tanto meno del fatiscente teatro di questo mondo ( rimpiazzato da quello immenso del cielo), a quelle spoglie mortali l’onore e la gloria di aver dato dimora ad una bellissima voce, d’essere state nella loro nivea filigrana le pagine di un libro non più bianco, ma gremito di parole più o meno vere, ma in ogni caso autentiche come la vita e la morte di una creatura alata, cara a Dio nella sua dolce debolezza che è immagine alata della nostra debolezza e della nostra speranza e perciò ci rappresenta tutti nell’ultima ora della nostra vita.

Rispetto al precedente lavoro “Il Gabbiano lezioni di volo”, qui viene introdotta una figura allegorico nattativa di grande rilievo, il cosiddetto Narratore, tramite il quale l’autore pur ponendosi “supr partes” entra nel contesto narrativo storico del dramma dei personaggi animali, qui a volte l’azione si ferma e lascia lo spazio alla meditazione pura, oppure l’autore mette ordine nel vortice dei personaggi e delle figure dialoganti, come un pastore rinserra il suo gregge disperso, è ciò che da all’opera una veste letteraria ibrida e più complessa dal semplice racconto, al dialogo in veste senechiana, al romanzo classico dove l’azione non è solo raccontata, ma descritta, collocata in uno spazio geografico e temporale ben definito, il tutto senza apparente soluzione di continuità, se non nelle abissali pause di riflessione dei protagonisti. Interlocutori del Cigno nelle sue ultime ore terrene sono il Grande Cigno, incarnazione piumata del Cristo Redentore, figura che con il suo amore conduce dalle miserie di questa vita alla gioia purissima del cielo, sua madre, una splendida incarnazione piumata del cuore generoso d’una madre, la Cignetta dolcissima creatura femminile compagna fino alla morte del nostro amico cigno ed altre creature che vedono la loro vita specchiarsi fragile nella morte, ma forte nell’amore sulle acque placide ed incantate d’un piccolo laghetto. L’inquietante Sorella Oscura, la morte con la quale il nostro amico Cigno dialoga apertamente, senza problemi, diventa interlocutrice dell’ultimo dialogo interiore, solo verso la fine del racconto, quando l’ora del trapasso si appropinqua. Dialogare con la morte non è cosa facile, ma mette il protagonista di fronte ad una scelta assoluta: l’essere per lei, ovvero il concepire la propria esistenza terrena come un prologo e nulla d’altro. Altra interlocutrice del Cigno nel suo ultimo viaggio è sua madre figura che restituisce al canto un profondo senso di nostalgia. Far ritorno alle proprie origini è il passo principale di una ricerca che volge alla riconquista della propria vera identità, riconquistare le proprie radici per ridefinire la propria identità nel mondo è l’atto ultimo di chi sta per compiere il grande salto dal tempo all’eternità. La comparsa del Grande Cigno nel secondo capitolo da “ex abrupto” una profonda connotazione mistica al dettato, sembra veramente che il cielo sia sceso sulla terra, attorno al lago teatro dell’ultima vicenda terrena del nostro amico Cigno. Si tratta di un dialogo interamente calato nell’interiorità, del declamato dell’umana coscienza di fronte al sommo mistero della morte, incarnata nell’ingenua e fresca figura di una piccola creatura dal destino antropomorfo che condivide con noi paure, dubbi, speranze, illuminazioni interiori. Le voci degli altri Cigni del lago, come all’unisono in un gran coro, fanno da eco al canto apparentemente solitario del Cigno e rifrangono come in un gigantesco caleidoscopio le tonalità del suo ultimo canto, della sua testimonianza estrema. Intimità e coralità divengono due volti di un medesimo aspetto dell’esperienza umana, un’esperienza collettiva, quella della fine della vita, con tutto il suo carico d’interrogativi vive la sua particolarissima espressione nell’esperienza particolarissima del singolo di fronte al mistero della vita, della morte, di Dio. Il divario che separa il singolo dalla verità che sembra profondo ed incolmabile come il cielo, un oscuro abisso d’angoscia che chiede essere illuminato dalla luce della speranza è la ragione stessa del canto, lo spartito sul quale il Cigno si esercita a riconquistare la vera dimensione di se stesso che vincerà inderogabilmente la morte attraverso la rivalutazione degli affetti che pur avendolo trattenuto alla terra rappresentano nella loro accezione sublime un trampolino di lancio verso il cielo. La riconquista degli affetti effigia l’”ultima rerum” , il riordinare la propria dimora terrena prima di risiedere definitivamente nella dimora celeste preparata dal padre “ab costitutione mundi” .

 

COME PELLICANI

Scrivere un Romanzo ambientato in un Iraq martoriato da due guerre, non è un’impresa facile, ma il compito che mi prefiggo in queste pagine è ancora più arduo: descrivere il dolore di una madre e pretenderne  un significato nel rapportarlo al dolore della madre di Dio. La trama di questo romanzo è ambientata  nell’Iraq del dopo Saddam Hussein(Saddam in arabo significa intrepido), un Iraq (Il Motto della nazione irakena è: Allah Akbar ovvero "Dio è grande) privato di dignità e valori umani, un mondo destinato a dissolversi tra attacchi terroristici e guerriglia sommaria. Dedicare un libro ad un argomento di tale attualità  comporta un lavoro di documentazione capillare sugli accadimenti storici e su una cultura a noi purtroppo spesso estranea ed ostile. Non è agevole per un “occidentale” compenetrarsi nello spirito “orgoglioso” e battagliero dell’Islam fondamentalista ed estremista, comprendere ( o quanto meno sforzarsi di farlo) le ragioni del terrore e del fondamentalismo. Molti “atteggiamenti” dell’Islam restano per noi un mistero indecifrabile, se non qualcosa che rifiutiamo con somma angoscia, ma chi ama la pace non può rifiutarsi di comprendere. La storia dell’Iraq sembra semplicissima: dopo la dominazione ottomana in epoca storica e inglese in epoca più recente alla fine del secondo conflitto mondiale il crudele regime di Saddam Hussein aveva paradossalmente risollevato la dignità del popolo irakeno, permettendo al paese del petrolio una notevole crescita economica. La cosiddetta operazione “tempesta nel deserto” che lo stesso Saddam Hussein definì come “la madre di tutte le battaglie” mise in ginocchio il popolo irakeno. 

Una famiglia cristiana, in una società tradizionalmente mussulmana, si ritrova al centro di una drammatica vicenda che vede una madre perdere in pochi anni ben due figlie per la crudeltà scatenata nel dopo regime in un popolo iracheno profondamente disorientato dall’operazione statunitense “Enduring Freedom” ed affamato nonostante l’ipocrisia americana del “Oil for Food”, senza motivi per andare avanti, ed ancora legato a tradizioni assurde e misogene. Dalla repressione all’anarchia il passo è fin troppo breve: gli uomini di Saddam Hussein spietati nella repressione contro la popolazione Curda e Sciita, divengono spregevoli stupratori ed assassini nei confronti della loro stessa gente, mentre i “marines” americani che si erano ipocritamente definiti quali apportatori di libertà, divengono ancora più ignobili. Amel era una donna cristiana di origini curde che dal matrimonio con un cristiano sciita aveva avuto due figlie Yanar ed Elif. Dopo la prima guerra del golfo persico, la repressione contro le popolazioni curde fu terribile e pochi, tra cui Amel riuscirono a sfuggire alle crudeltà efferate del regime che continuava a lanciare missili Scud con testata chimica sui poveri villaggi indifesi del Kurdistan. Amel perse il marito in un attentato della guerriglia antiamericana, cercò disperatamente un lavoro, ma dovette ancora una volta scontrarsi contro assurde discriminazioni e pregiudizi contro le donne, ma un lavoro riuscì a trovarlo, era iniziato l’assurdo mercato di esseri umani, e Amel trovò l’occasione giusta per mettersi in vendita per non morire di fame. Fino a quel momento era stata solo con il marito e non riusciva nemmeno ad accettare l'idea di andare a letto con degli estranei, ma quando tornata a casa con del cibo vide Elif e Yanar  gridare si gioia, scoprì che l'onore aveva ben poca importanza rispetto alla fame delle sue figlie, eppure fu proprio l’onore la condanna a morte di Elif e Yanar; per Amel l’onore non aveva avuto abbastanza importanza, ma evidentemente ne aveva molta, troppa, per il marito di Yanar. Amel la prima figlia Yanar in verità l’aveva persa prima della seconda guerra del golfo quando era ancora in vigore l’articolo centoundici del codice penale di Saddam Hussein una delle più ingiuste prese di posizione del regime di  contro le donne ,la legalizzazione dell'omicidio d'onore: l’esenzione dalla pena dell'uomo che, per difendere l'onore della sua famiglia, uccideva una donna. Yanar si era sposata ad appena quattordici anni secondo il rito mussulmano, ed aveva avuto sette figli, ma un giorno il marito si insospettì riguardo una sua presunta infedeltà coniugale ed applicò pienamente il suo presunto diritto ad uccidere la propria moglie per onore, Yanar fu sgozzata secondo la tradizione mussulmana, qualche mese dopo toccò alla figlia Elif che secondo lui conduceva una vita troppo all’occidentale, seguendo costumi non morali. Elif fu venduta dal marito ad un trafficante internazionale di esseri umani e condotta nella vicina Giordania. Dopo la morte del padre Amel anche se avesse voluto non avrebbe potuto ribellarsi alla vendita di Elif perché le donne in Iraq non hanno diritti, vengono considerate come una proprietà e non hanno facoltà di scegliere l’uomo che amano. Elif fu immediatamente stuprata al suo arrivo in Giordania dai membri della banda che l'aveva comprata e poi dai militari americani.  La povera Elif entrò in questo modo nel terribile traffico di schiave sessuali  e di lei Amel non seppe più nulla.

 Yanar dal canto suo aveva avuto relazioni sessuali prima del matrimonio ed era rimasta incinta, dunque secondo la tradizione islamica non era più pura, e quando il marito lo scoperse non ebbe pietà di lei. Dopo due anni da quei tragici eventi fu  la volta della sorella di Yanar.  Rabia scriveva articoli sulle ingiustizie subite dalle popolazioni Curde e Sciite durante il regime di Saddam Hussein, ma quel tipo di articoli non erano considerati legali e fu arrestata dai soldati irakeni  che la condussero in una baracca e la seviziarono barbaramente. Ora siccome l’articolo centoundici di Saddam Hussein recitava che una donna violentata aveva perso l’onore e non era degna di vivere, l’ex marito di Yanar  decise di uccidere anche la sorella. Rabia aveva  appena sedici anni quando fu condotta sulle montagne curde per essere brutalmente sgozzata dai suoi assassini. La protagonista del libro Amel (in arabo:colei che porta speranza) si confronta con Munira (in arabo: colei che porta la luce), una donna che aiuta ad uscire dal tunnel della disperazione dopo il tradimento del marito Abdul, l’allontanamento dai figli e la perdita della casa. La dialettica del dialogo tra Amel e Munira che occupa circa i trequarti del “corpus letterario” del Romanzo rappresenta il confronto-scontro tra cristianesimo ed islamismo, una dialettica drammatica, un confronto tra civiltà opposte e complementari ad un tempo sul tema dell’orrore della guerra, sulla permissione del male da parte di Dio. Spesso l’interpretazione cristiana di Amel si scontra con lo  scetticismo di  Munira Mussulmana fervente. Incontro nel dolore tra religioni, meditazioni sul perché della sofferenza e dell’orrore, che ingenerano speranza e non disperazione come l’oppressione dei popoli vorrebbe. Sembra di assistere alla traduzione letteraria di qualcosa che in musica può essere espresso melodicamente nel dialogare caldo e poetico delle parti in un’opera sublime come la Sinfonia Concertante per Violino Viola ed Orchestra di Mozart. In tal modo la vera vittoria morale non spetta ne a Bush ne a Saddam, ma al popolo irakeno, umiliato, oppresso, torturato, che trova nella fede, nella bellezza morale del dialogo tra religioni e popoli una ragione per ritrovare la dignità smarrita e risollevarsi a testa alta dal baratro.

La descrizione degli orrori del “campo di concentramento” di Al Garib, ex luogo di detenzione gestito dal regime di Saddam Hussein, poi luogo ove si consumarono le atrocità commesse dagli invasori americani, occupa non a caso una posizione centrale nell’economia del romanzo. L’intenzione è di suscitare repulsione e ribellione per gli orrori della guerra. Tutto è documentato con terribile precisione in base agli articoli e alle foto pubblicate dopo il secondo conflitto, in particolare vengono sottolineate le sevizie sessuali e le umiliazioni subite da uomini e donne. Segue poi un’oasi di relativa pace, dapprima la descrizione della Grotta del latte a Nazareth, dove sembriamo trovare  insperatamente un primo punto di incontro  di differenti concezioni nella fecondità del ventre di Maria, poi il ricordo struggente e tenero del matrimonio di Munira celebrato secondo le più affascinanti tradizioni islamiche. Ma il dramma ritorna nella considerazione delle vicende di popoli senza terra come quello palestinese, oppresso dagli Israeliani e il kurdo osteggiato dai turchi e dallo stesso regime di Baghdad. Munira è di origini kurde, Amel ha parenti ed amici nella Striscia di Gaza. Non da ultima fa la sua apparizione una lucida, ma appassionata discussione delle due donne sul tema del terrore islamico, degli attentati suicidi, della tragedia dell’11-Settembre ragione dichiarata di quella guerra , motivazione di tanto dolore. L’esecuzione del rais di Baghdad è poi lo spunto per una dolorosa riflessione sulla dignità e sacralità della vita umana messa seriamente in discussione dalle cruente vicende della cosiddetta “guerra chirurgica e preventiva”. La descrizione di una Moschea del rito islamico conduce il lettore alla comprensione dell’orgoglio religioso islamico e diviene naturale tramite di pace e di riconciliazione tra i popoli. Il dolce suono di un antichissimo flauto persiano, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, il “ney”, conduce le due donne risolutamente verso un’ardita meditazione sul valore catartico della poesia del Sufi. Catarsi che le condurrà passo dopo passo dalla sofferenza alla pace. L’uomo si salverà dalle brutture della guerra attraverso il recupero della bellezza, del valore dell’amore che è il contrario della guerra e Dio (Cristiano e Mussulmano) è lo scrigno celeste che serba nel cuore l’amore: amore di coppia, “eros” o “pietas” non conta. Cristianesimo e riti pagani ed edonistici, islamismo ed estasi mistica, erotismo ed ascesi trovano nel sufismo un felice ed improbabile connubio. Torna in fine il tema mariano tanto caro all’autore, modificato e riconsiderato alla luce del dramma della guerra, dell’incontro-scontro tra religioni e culture, della meditazione sul sufismo e della concezione islamica di Maria di Nazarhet, un tema che si propone di essere una ricetta estrema di salvezza dal flagello dell’umanò egoismo, vera ragione d’ogni conflitto. 


_ HYPERLINK "http://images.google.it/imgres?imgurl=http://gigionetworking.files.wordpress.com/2007/03/islam.jpg&imgrefurl=http://gigionetworking.wordpress.com/2007/06/21/attacco-false-flag-al-g8-agenti-usa-tentano-di-passare-con-c4/&h=300&w=423&sz=48&hl=it&start=2&um=1&tbnid=aIJ7FLRevfwbNM:&tbnh=89&tbnw=126&prev=/images%3Fq%3DIslam%26um%3D1%26hl%3Dit%26sa%3DG" __ INCLUDEPICTURE "http://tbn0.google.com/images?q=tbn:aIJ7FLRevfwbNM:http://gigionetworking.files.wordpress.com/2007/03/islam.jpg" \* MERGEFORMATINET ____


Per l’Islam Màryam è la madre del profeta Gesù l’ultimo grande profeta prima di Muhammad. L’Islam conserva nella sua profonda religiosità una particolare venerazione per la “Signora Màryam”( come viene chiamata tra i popoli islamici), fonte di purezza interiore, al punto da considerare bestemmia ogni imprecazione contro di lei, con la differenza che in occidente la bestemmia è peccato contro Dio, in Islam non solo contro Dio, ma anche contro la comunità, l’”Umma”, e quindi reato. Per l’Islam ciò che nuoce a Dio, nuoce anche all’uomo e non solo in senso personale, ma sociale. Il disobbedire alla legge coranica (sharia) ha un valore diverso dal disobbedire alle tavole della legge mosaiche, perché per il corano la legge di Dio e la legge dell’uomo sono come in mutualistica simbiosi. L’Occidente ha smarrito questa valenza della “sharia””, al punto che in molti casi non ha valore nemmeno come legge morale, ovverosia “imperativo categorico” kantiano. Di fronte al “naufragio morale”dell’occidente inquinato dal consumismo e dal capitalismo occorre quindi riconsiderare la posizione di fronte al problema del cosiddetto fondamentalismo islamico, il fondamentalismo è un “concetto sociologico vuoto”, frutto semplicemente di una diversa concezione della vita e del mondo, come ogni “concetto vuoto” può essere solo colmato dalla sovrabbondanza del dono e dell’amore. L’Occidente deve rispondere con il dono della comprensione al dramma dell’Islam, tra “guerra santa” e oppressione dei popoli, nella convinzione che una “guerra” per quanto giusta sia non può essere santa e che almeno in questo ciò che è di Cesare deve essere ben distinto da ciò che è di Dio. Il dono che l’Occidente deve fare all’Islam è di chiedere perdono per il passato, ma anche di perdonare questo fraintendimento di fondo che ha ingenerato la folle convinzione di una “guerra santa” combattuta nel nome di Dio. La convinzione profonda di questo libro già per altro espressa da altri valenti nomi del panorama letterario mondiale come Vittorio Messori è che le differenze di credo religioso tra occidente ed Islam possano essere in qualche modo superate grazie alla rivalutazione del dolore femminile volutamente ignorato e deprezzato che trova la più sublime espressione nella vergine contrita sotto la croce: “la mater dolorosa” di Jacopone da Todi, l’indimenticabile poema al dolore della madre di Dio che ha ispirato poeti e musicisti in opere altrettanto sublimi. Lo “Stabat Mater” è il secondo “leitmotiv” dell’opera dopo la guerra del golfo e lo strazio delle madri Irakene. Le donne, vittime di un odio ereditato dai tempi delle crociate, possono ora grazie alla libertà di comunicazione del mondo moderno farsi portavoce di una sublime volontà di pace e di conciliazione tra civiltà differenti, desiderio e manifesto programmatico dell’ultimo papà cattolico: Giovanni Paolo II “il grande”, rivalutatore ecumenico della dignità femminile nel mondo. Stuprate dagli uomini del Sultano, dai crociati ed ora dagli invasori americani e non da ultimo dai loro stessi uomini in Iraq, le donne, eroine della speranza possono fare del loro dolore un potente strumento di vita. Màryam di Nazareth, madre di Gesù, madre di Dio per il cristiano, del penultimo profeta per l’Islam,  attraverso la sublimazione del dolore delle donne finora volutamente ignorato e vilipeso può essere la persona della riconciliazione  tra popoli e religioni divisi dalla guerra. Il cuore dolente delle donne e di Màryam rappresenta una fonte d’amore ( la “fons amoris” del poema di Jacopone) che poi si divide in due effluenti, proprio come il Tigri e L’Eufrate, proprio come il cristianesimo e l'islamismo che poi convergono in un solo mare l’amore di Dio. Il cuore immacolato di Màryam è un pozzo di carità in grado di salvare il mondo dall’olocausto dell’odio e della guerra. Il cuore dolente di Màryam di Nazareth  rappresenta una moschea aperta all’occidente dalla ferita del costato del figlio, edificata sul Golgota come luogo di incontro  non violento tra religioni e civiltà, dove non esiste più americano od irakeno, ma solo l’uomo sofferente ai cospetti del trono di un Dio anche lui sofferente in un indecifrabile mistero di misericordia. L’Islam si differenzia sostanzialmente dall’Occidente per il modo di concepire la religione non come esperienza interiore ed esistenzialistica del singolo di fronte al mistero di Dio, ma come esperienza comunitaria che informa la vita in ogni suo aspetto. Per l’islam l’esperienza teologica diviene ragione politica e sociale, il momento coesivo della comunità dei credenti la “Ummah”. Questa concezione unificante della religione applicata al cristianesimo diviene sorprendentemente ragione di pace e di speranza, perché l’esperienza del singolo, incarnata nel dramma umano della donna irakena addolorata per la perdita dei suoi figli, Amel, diviene l’esperienza universale della “mater dolorosa” condivisa tra cristiani, mussulmani ed altre confessioni, se chi riesce a guardare il mondo con gli occhi della compassione scoprirà una “mater dolorosa” in “bulqua”, una “mater dolorosa” dagli occhi a mandorla, una “mater dolorosa” a stelle e strisce etc, etc… Il fascino dello sguardo “femminile” sulle vicende della passione è stato il “primum movens” che ha ispirato queste pagine di riflessione interiore, in particolare tra gli sguardi volti a colui che pende dalla Croce quello della “mater dolorosa, in tutta la sua  tragicità  colpisce direttamente al cuore come una spada. La profezia di Simeone nel tempio di Gerusalemme, si avvera sotto la Croce, “una spada trafiggerà la tua anima”, la profezia di Simeone si avvera ancora una volta nel dolore delle donne, al cospetto dell’ingiustizia, della fame, della guerra, del lutto.

L’esperienza “femminile” del dolore stigmatizza in tutta la sua drammaticità la vicenda umana sospesa tra cielo e terra, tra perdizione e redenzione, tenerezza e disprezzo, vita e morte.

Ai cospetti di questa sublime manifestazione “femminile” della pietà  nel bene e nel male, non si può restare nell’indifferenza, ma si è presi da una profonda commozione.

 Molte madri hanno fatto propria l’esperienza di essere ai piedi del Signore ai cospetti del crocefisso, molte hanno visto rapire il loro bene da uomini scellerati vivendo nel loro cuore qualcosa di molto simile allo strazio della madre castissima. 

Molti uomini induriti nel cuore, non si sono commossi per la dolcezza delle lacrime, per la disperazione delle urla di strazio e di dolore di una madre.

 Molti contriti nel profondo hanno supplicato la vergine genuflessi anche loro ai piedi della croce,  di guadare un attimo affianco a lei, di distogliere un istante solo il suo sguardo afflittissimo dall’oggetto del suo amore, per guardare pietosa alla miseria delle nostre colpe.

Le piaghe del Signore crocefisso contemplate con somma afflizione dalla madre addolorata hanno reso avvezzi occhi ciechi dalla nascita alla luce della verità, perché una madre portò nel grembo il Signore e da quel grembo egli edificherà gli stipiti e le stanze della sua splendente reggia: la Gerusalemme celeste che l’apostolo Giovanni descrive splendidamente nel libro dell’apocalisse e che portiamo nel cuore da quando abbiamo conosciuto il vangelo del Figlio. Questo libro ponendosi al di là di ogni confessione religiosa, non è ne antiamericano, ne filo-ismamico, ma vuole unicamente proporsi come condanna degli orrori della guerra, che non è mai stata, ne mai potrà essere una soluzione ai problemi dell’umanità, né tanto meno “prevenire” ulteriori tragedie. La condanna della “guerra preventiva” è la ferma condanna di ogni visione del mondo che considera in qualche modo “utile” la violenza, la sopraffazione del più forte sul più debole. Memore del grido angosciato di Giovanni paolo II “il grande” gridiamo con lui: “mai più la guerra!”

Tutto si conclude nella poetica rappresentazione del pellicano che sacrifica se stesso per salvare i propri figli, essenza dell’amore materno che può salvare veramente il mondo dall’odio e dall’orrore della guerra.

La figura del Pellicano che si squarcia il petto è l’emblema stesso della salvezza e della redenzione, al punto che nulla può essere più aggiunto che non sia superfluo e ridondante…


IL GABBIANO: LEZIONI DI VOLO

Imparare a volare significa imparare ad amare ed ad essere liberi. La vicenda del Gabbiano di questo romanzo esprime la necessità interiore di libertà dell’essere umano. Si impara a volare quando nell’introspezione raggiungiamo il mistero del cuore e scopriamo miracolosamente di saper volare senza possedere ali. Il teatro della scena, il luogo del volo, è Gaeta: il suo splendido golfo, le isole lontane che si scorgono all’orizzonte nelle giornate limpide, la sabbia dorata delle sue spiagge, i boschi profumati della macchia mediterranea, gli stupefacenti dirupi a picco sul mare, la vicina splendida catena carsica dei Monti Aurunci. Il protagonista del romanzo è un Gabbiano reale, non un Gabbiano comune, ovvero un Gabbiano raro e prezioso che conosce riguardo l’arte del volo qualcosa in più rispetto ai Gabbiani comuni e perciò può insegnare loro a volare. Alle sue lezioni di volo fanno eco una dolce creatura femminile, la Gabianella sua beneamata compagna di volo, un Gabbiano novizio nell’arte del volo e Stormi di Gabbiani, innamorati od oranti, od ancora sopraggiungenti da uno dei quattro punti cardinali o da tutti assieme a testimonianza di cinque verità che nobilitano l’amore: fedeltà, tenerezza, stima, gioia, dono. Il Grande Gabbiano Celeste, rappresentazione alata del creatore e quella del Gabbiano dalle ali ferite e macchiate di sangue, raffigurazione alata del Cristo Redentore, sono la controparte mistica del racconto, alla quale si volge il volo più alto. Tutto si esaurisce e trova compimento in un dialogare di stormi in volo, di creature alate antropomorfe che ingenuamente s’interrogano sul significato della vita e della morte, sul valore dell’amore e della fede, sul perché della sofferenza e sul vero premio della gioia.

 

MATER AURUNCA - SBC Edizioni

Michele, un pastore di Maranola,

ridente borgo medioevale

alle pendici dei Monti Aurunci,

vive insieme alla moglie Claudia

la tempesta del dolore: la figlia

Anna Maria è ammalata di una

rara gravissima forma di neoplasia congenita, il retinoblastoma, che se non

la condurrà alla morte la renderà cieca. Il dolore di Michele è straziante e

risuona dolente in quello della sua amata “mater dolorosa” Claudia.

Preso da disperazione, Michele decide di raggiungere il santuario della

Madonna della Civita, noto a lui fin dalla più tenera età, dove Giacinto, un

umile pastorello di Itri, cercando una mucca alla quale era particolarmente

affezionato, l’aveva ritrovata inginocchiata accanto all’immagine della

Vergine apparsa su un annoso leccio. Michele conosce Padre Francesco,

passionista, confessore spirituale, erede morale di San Paolo della Croce,

fondatore dell’ordine. Padre Francesco accompagnerà Michele in un lungo

pellegrinaggio lungo la via crucis che da Raino presso la valle di Itri conduce

al Monte Fusco dove si erge candido tra bellissime querce il santuario della

Civita. Stazione dopo stazione, edicola votiva dopo edicola votiva, Michele è

come soggiogato dal fascino dell’ubertosa e balsamica macchia mediterranea:

olivo, ginestra, pino, leccio, mirto, lentisco etc etc…

Padre Francesco nella sua grande saggezza non esita a prendere in prestito

la bellezza di quella natura incontaminata per condurre Michele, che s’interroga

sconsolato sulle ragioni del male, alla comprensione della dolorosa

passione di Cristo, fonte di riscatto e redenzione per l’uomo.

Giunti finalmente al santuario, dopo aver ascoltato stupefatto il discorso per

l’occasione di Giovanni Paolo II in visita pastorale al santuario mariano, Michele

in una commovente professione di fede umile e sincera implora alla

Vergine la grazia per la guarigione della piccola Anna Maria e la riconciliazione

con Claudia, che nel frattempo ha equivocato i suoi dubbi esistenziali

allontanadosi da lui.

Michele, profondamente rinnovato nello spirito da quell’esperienza, su quei

monti miracolosi ritroverà la fede smarrita e qualcosa d’altro...

SINFONIA D'AUTUNNO

Il titolo di questo romanzo non a caso rimanda direttamente al grande capolavoro del regista svedese  Igmar Bergman  scritto nel 1978. La trama cinematografica di “Sinfonia d’autunno” suggerisce a Bergman un confronto tra un’affermata pianista e sua figlia, così nel romanzo un grande violinista si confronta con sua moglie pure affermata cantante lirica. Come in questo romanzo in Bergman il dramma della malattia è vissuto appieno dall’altra figlia paralizzata.“Il maestro svedese è andato a girare in Norvegia, dove immagina che in una casa in vista del mare due donne si squarcino l'anima mentre nel fondo i morbidi rintocchi del secondo preludio di Chopin s'alternano ai lamenti e agli urli di una giovane paraplegica simbolo del mondo piagato che le circonda” (Giovanni Grazini). Ma i parallelismi con Bergman finiscono qui: Carlotta è una pianista sessantenne, che al marito ed alla famiglia a preferito il successo e la vita mondana, “collezionando applausi ed amanti”, Richard, il protagonista del romanzo è un violinista affermato che non ha avuto figli, ma che non ha preferito il successo a sua moglie Bernardette, anche lei donna di successo.  Eva, anche lei pianista, ma per diletto, malata di tisi, sposata , ma senza passione, non ricalca la figura nobile di Bernardette, moglie fedele ed appassionata, artista di successo che ha provato il dolore della malattia solo indirettamente condividendo le ferite del marito Richard. Come Eva anche Bernardette, aveva perso il suo primo bambino e non ne aveva avuti altri. Come Eva, Bernardette è un concentrato umano di pietà e di amore. Eva accudisce amorevolmente la sorella minore Lena paralitica, Bernardette fa la medesima cosa con il marito Richard. La colonna sonora di Bergman è un celebre preludio di Chopin, quella del romanzo l’adagio dall’autunno di Vivaldi, un pezzo celebre per pianoforte per una grande pianista, un brano famoso per violino per un affermato violinista. Altro elemento in comune tra Bergman e l’autore è l’amore per il mare, il mare della Norvegia, scuro e tempestoso, per Bergman, il Tirreno, azzurro e splendente, per l’autore. Mari del nord e mar mediterraneo, acque fredde e temperate, accumunate da un’analoga passione per orizzonti lontani. Analogie e differenze legano l’autore al regista svedese, ma ciò che sembra maggiormente accomunarli è la volontà di scandagliare le profondità abissali dell’animo umano, la ricerca della pietà. Il romanzo si compone di due parti simmetriche: la prima dal titolo: la musica struggimento per l’anima è un viaggio interiore compiuto dal protagonista grazie alle note del proprio violino, la seconda: la musica come preghiera è un itinerario mistico-musicale che conduce il protagonista, grazie alla scoperta della musica sacra, dalla sofferenza terrena, alla pace del cielo. Richard è un violinista di successo che colpito dal Parkinson non può più suonare il suo strumento, in un triste dialogo con la compagna della sua vita Bernadette, Richard cerca di comprendere le motivazioni di quella che potrebbe sembrare quasi una punizione divina. La musica è per Richard e Bernadette bellezza autentica ed irrinunciabile, il significato per la loro esistenza, ma Richard scopre amaramente che potrà solo ascoltare la musica di altri e non più suonare, potrà deliziarsi delle arie di Bernadette, ma non farle ascoltare le melodie del suo violino. Il tema della malattia, del confronto tra morte ed amore diviene qui il pretesto per una sofferta meditazione sulle ragioni della sofferenza e sul potere catartico dell’arte in generale e della musica in particolare. La “sinfonia d’autunno” è l’ultimo concerto che Richard potrà ancora interpretare prima di essere completamente paralizzato dal Parkinson, il concerto  numero tre del Cimento dell’armonia e dell’invenzione di Antonio Vivaldi dal titolo l’”autunno”. Il secondo movimento di questo concerto “adagio molto” sarà per Richard un annunzio di morte ed un tentativo di riscatto morale, suonato al cospetto della sua Bernadette, il canto del Cigno di un musicista che ha prodigalmente sacrificato gran parte della propria esistenza per la musica. Tema centrale del libro, infatti, risulta essere il problema del “genio incompreso” e la necessità irrinunciabile di evitare lo spreco di energie intellettuali in un mondo dove la bellezza è divenuta un bene raro e prezioso, riuscendo a farlo emergere dal magma della mediocrità a beneficio di tutti e a gloria del Signore. Il vero genio dovrebbe avere in ogni occasione e tempo il modo di esprimersi perché attraverso la sua opera si compie il progresso dell’umanità, di far valere la sua arte per il conseguimento del bene, dovremmo tutti guardare alla musica in particolare ed all’arte in generale, con occhio diverso, scevro da pregiudizi inutili: non più esigenza del dì di festa avulsa dalla quotidianità, dalla grigia necessità , bensì autentica “colonna sonora” delle nostre vite. La musica resta una realtà senza tempo, la ruggine dei secoli distrugge ogni cosa, ma non può corrodere le note, non può gettare fango sui pentagrammi, la musica è come il buon vino nelle botti, più invecchia e più si sublima. Chi oserebbe non riconoscere il valore della musica di Bach, Handel o Mozart? Perciò Richard sapeva bene che il vero musicista, interprete o compositore viene valorizzato appieno solo dalla posterità che sa rendere giustizia del valore dei propri avi. Questo libro è un appello accorato alla bellezza, ma anche un lavoro profondamente e sinceramente autobiografico, visto che il sogno dell’autore sarebbe stato quello di diventare un grande musicista, egli si riconosce completamente nell’anziano e ammalato musicista che saluta le sale di concerto interpretando con sensibilità e virtuosismo uno dei concerti più belli e celebri di tutta la storia della musica. Come l’autore anche Richard è animato da un sincero afflato religioso, ma  Richard sa di essere stato prima d’ogni cosa un povero musicista ambulante per le piazze di Firenze che differentemente ( forse…) dal suo alter-ego letterario potrà raggiungere il successo, mettere le piume sulla pelle e declamare il suo nobile Canto del Cigno. Emergono così tutta una serie di affinità letterarie e contenutistiche con il romanzo di Andersen il Violinista, che da un punto di vista morale può essere considerato un po’ come il predecessore di sinfonia d’autunno. La fortuna accompagna Richard nel corso della sua folgorante carriera concertistica, la fortuna è la “conditio sine qua non” del successo.“Il genio è un uovo che ha bisogno di calore, ha bisogno di essere fecondato dalla fortuna, altrimenti resta un guscio sterile” (Christian Andersen: il Violinista).  Un altro punto in comune da non tralasciare tra l’autore del Violinista e l’autore di Sinfonia d’Autunno è l’amore per la costa tra Formia e Gaeta. Scrive il celebre favolista olandese: “ Quale magnifica natura! L’immaginazione non potrebbe creare niente di più suntuoso! Sotto di noi vi era un bosco di aranci e di limoni sovraccarico di frutti d’oro: sotto il loro peso, i rami degli alberi si curvavano fino al suolo. Dei cipressi alti quanto i pioppi della Lombardia facevano da confine al giardino.” (Christian Andersen: viaggio in Italia).  Anche Richard vive la sua vicenda sulla costa tirrenica in quella stessa riviera, teatro di tante vicende storico-letterarie: da Cicerone a Goethe.  Richard riesce miracolosamente ad emergere dall’anonimato, il suo cielo non è più bigio come quello di tanti, ma azzurro e limpido, perciò le nubi tempestose della malattia sono solo l’annuncio di un nuovo successo ultraterreno.  Da giovane Richard sogna la gloria, il successo, i riconoscimenti che la vita, quanto mai prodiga nei suoi riguardi,  non mancherà di regalargli, successivamente ormai vecchio e provato da un’assurda malattia proietterà la sua legittima brama di felicità verso un astro più alto e più puro del firmamento, sentendosi non più cittadino del mondo, ma del cielo.  La vicenda terrena di Richard è il cammino ideale dell’artista “per aspera ad astra” (dalle ristrettezze alle stelle), “per crucem ad lucem” ( dalla sofferenza alla luce), ciò che dovrebbe accadere per ogni “genio incompreso”. Questo percorso ideale dà giusto valore all’arte, la elegge a momento fondamentale dell’esistenza umana, a salvezza del genere umano, a redenzione del dramma quotidiano della mediocrità. La ricompensa morale per l’artista sarà quella si aver salvato il mondo, di averlo fatto emergere dal fango, nessun altra. Richard sapeva bene di essere stato da giovane ciò che si suol dire un “genio incompreso”, poi più avanti nell’età un “salvatore dell’umanità”, se il “genio incompreso” è come una farfalla, prima cresce come pupa, poi mette le ali, fa mettere le ali. Al “genio incompreso”ognuno si rivolge per poter volare, per mettere le ali, al “genio incompreso”si chiede di rendere sublimi i propri stati d’animo anche a prezzo della sua infelicità, il “genio incompreso” non porta nel cuore solo il proprio dolore, sulle spalle la propria croce, e se il suo cuore non si schianta, se non crolla sotto il peso della croce diviene “salvatore dell’umanità”. Richard aveva saputo affrontare tutto questo, il suo cuore aveva resistito, le sue spalle non si erano piagate per il peso s’è l’”era cavata”, con molta temerarietà e fortuna. L’uomo della strada sa che per “cavarsela” deve usare prudenza ed affidarsi alla dea bendata, il “genio incompreso” come Richard all’opposto non deve essere prudente, ma temerario, lasciare che il dolore trabocchi dal suo cuore, che cada sotto il peso della croce, l’importante e riuscire a porre un nuovo argine, a rialzarsi. Per il “genio incompreso” fortuna e misticismo sembrano confondersi, perché ciò che il pensiero non riesce ad afferrare di Dio diciamo fortuna, caso, ma in realtà tutto è in Dio, la disposizione dell’artista è di accettare una volontà imperscrutabile che deciderà se la sua profonda infelicità sarà unicamente morte del proprio sé, oppure ancora di salvezza per il mondo. Nel secondo caso non importerà quanto si sia infelici, il dolore sarà solo il prezzo da pagare per amare, nulla d’altro. Richard poteva dunque rivolgere all’altissimo solo questa preghiera: “Signore fa sì che il mio dolore non sia solo la mia morte, ma anche la vita degli altri!” Il  sacro mistero delle note è l’”incipit” letterario-musicale di questa “sinfonia letteraria”: la musica è struggimento, ricerca di una dimensione autentica del sé nell’universo interiore tormentato dalla sofferenza procurata dal decadimento fisico. Una terribile bestia bifronte minaccia il protagonista, ma la salvezza è ancora una volta nascosta tra le note. Il procedimento melodico nella sua naturale fluidità diviene in tal modo procedimento psicoanalitico, auto-esame del subcosciente secondo i canoni junghiani. In questo esame stupefacente trovano voce momenti di lirismo assoluto che descrivono l’amore che salva il protagonista dalla morte dell’anima, la più temuta, in verità! Allegorie letterarie come il Gabbiano sospinto in volo dal fluido metafisico delle note, la ricerca nel firmamento del “pentagramma divino” spingono il lettore verso una considerazione poetica dell’esistenza umana, che ha come “leitmotiv” il commento delle note, fondamentale ed irrinunciabile. La dimensione intimistica del “cielo in una stanza” riflette la volontà da parte del protagonista di intraprendere un viaggio di riappropriazione della realtà interiore e domestica del proprio microcosmo personale: la figura psichica dei cerchi concentrici di luce e del gioco matematico delle “scatole cinesi” suggerisce all’autore l’immagine del denudare la verità come fosse vestita a “bulbo di cipolla” da veli illusori.Il concetto di “scatole cinesi” è un termine matematico solitamente applicato all’ambito finanziario, ma applicato alla psicoanalisi assume un significato a dir poco sorprendente: la ripartizione di un unico capitale in diverse imprese di valore superiore alle frazioni di capitale investito è quello che in psicoanalisi potrebbe essere rappresentato dall’investire energie psichiche in diversi ambiti esistenziali, non riconoscendo ad ognuno il reale valore.[1]Si ripartiscono le energie dell’io senza investirle pericolosamente in una sola direzione (pena il possibile naufragio dell’esistenza) per raccogliere poi illusoriamente più di quanto si è speso. Alla fine non si spende in nessun ambito secondo il reale valore umano, e si resta in una beata mediocrità, non compromettendo mai completamente se stessi. In questo modo l’uomo scopre di non essersi mai messo veramente in gioco, ma di aver “dosato sapientemente e prudentemente” sé stesso in tanti luoghi, situazioni, persone. Richard dedicando tutta la sua vita e le sue energie alla musica,  si oppone con la sua vita al modello psicoanalitico delle “scatole cinesi” ed alla fine la sconfitta determinata dalla malattia, il naufragio della sua esistenza, si rivela come una vittoria sulla mediocrità.  Cielo dopo cielo, scatola dopo scatola, guscio dopo guscio il protagonista si accorge che ciò che cercava si compendia in una scintilla di vita indefinibile, che racchiude nel suo mistero il ricordo del passato, la partecipazione nel presente, l’ansia del futuro e sembra giustificare ogni cosa. L’immagine del cielo azzurro e limpido incorniciato dal candido fiore del pero a Primavera conduce poi Richard ed il lettore dalle cupe note della “Sinfonia d’autunno” alle note più gentili della “Sinfonia primaverile”, il concerto La Primavera dalle quattro stagioni di Vivaldi, quasi a suggerire il riscatto morale del protagonista, nel quale si rispecchia quello dell’autore.sta "è l'

suo personaggio, la sua intima psicologia, il suo rapportarsi alla vita ed alla morte. In ultima analisi confidare ad un diario i propri stati d’animo è un trasfert, si trasferisce sulla carta ciò che non si può confessare, in questo modo si esorcizza la paura. Ciò non accade nel dialogo dove il

trovarsi accanto una persona in carne ed ossa costituisce una limitazione. Molti psicoanalisti preferiscono analizzare gli scritti dei loro pazienti piuttosto che interrogarli.

Tutto si conclude con la descrizione di una pietà vivente,  Bernardette che accoglie il corpo senza vita del marito tra le sue amorose braccia e lo mostra al mondo come la parte migliore di se stessa, proprio come Maria sotto la croce.

E’ la vittoria dell’arte sulla mediocrità: su un prosaico treno Bernardette compone per amore un miracolo!



COME PUPILLA

Annie è una giovane schizofrenica, il dottor Christopher Robinson il suo psichiatra. Annie, dopo aver subito violenza da Erich, suo compagno di scuola, vede il suo io deteriorarsi progressivamente fino a precipitare nel baratro della follia. Per Annie le allucinazioni della psicosi assumono una forte coloritura mistica che turba profondamente Christopher, abituato a considerare i suoi casi clinici con freddo rigore scientifico. Attraverso l’analisi degli scritti della sua paziente, Christopher dovrà ammettere che c’è molta più saggezza nel delirio di Annie che in tutti i testi di psichiatria da lui studiati e scoprirà
una nuova dimensione dell’animo umano, per lui totalmente inedita. Ben presto Christopher si accorgerà di nutrire verso Annie un sentimento che va ben oltre il rapporto medico paziente, e l’amore, unica vera terapia, aiuterà Annie ad uscire dal tunnel della follia. L’idea di Dio, che nel delirio della follia le era apparsa ben nitida, man mano, all’uscita dal tunnel, diventa sfocata fino a riscoprire l’abbandono da parte di Dio percepito dalle persone normali.
Per Christopher proteggere la sua Annie sarà lo scopo più alto della sua vita: dell’incredibile delirio mistico di Annie, dell’immagine psicotica che Annie ha disegnato nel buio dell’angoscia del suo cuore, non resta che l’essenza stessa di Dio: l’amore! Dio non è possibile vederlo se non nel dramma della follia, ma lo possiamo far vivere dentro di noi amando d’un amore puro! Annie è parte del miracolo della creazione, è addirittura la pupilla dell’occhio di Christopher e quest’ultimo saprà amarla, accudirla, proteggerla proprio come vuole il Cristo per voce dell’apostolo Tommaso nel suo vangelo apocrifo.
Christopher sa bene che Annie è la “pupilla del suo occhio”, perché grazie a lei può finalmente vincere la sua cecità. Il vero cieco è chi dice di vedere! E’ folle chi dice di ragionare!

Gli uomini ci perseguitano, ma Dio ci protegge

Durante il secondo conflitto mondiale Paolo decide di mettere in salvo la sua famiglia a Pola, cittadina dell’Istria. Nel frattempo, rimasto solo nella città di Gaeta, sperimenta tra mille peripezie il dramma della guerra. Alla caduta del fascismo con l’arresto di Benito Mussolini ed allo sbarco delle forze americane seguono le vigliaccherie dell’alto comando italiano, nonostante la certezza della sconfitta. Mentre tutto il sud pontino, a ridosso di due linee difensive, subisce gli attacchi delle forze americane, i tedeschi decidono di resistere ad oltranza, infliggendo pesanti bombardamenti e costringendo gli abitanti di quelle
zone a rifugiarsi nell’entroterra, per sfuggire ai massicci rastrellamenti ed alle deportazioni nei campi di concentramento. In questa cornice ‘apocalittica’ Paolo cerca e trova rifugio in una contrada nei pressi della Madonna del Colle, ma non potrà sostarci a lungo. Qui incontra un personaggio chiave che gli farà da “eco” nelle future vicende che seguiranno. Dopo una drammatica caccia all’uomo riesce a far ritorno in città, ma scopre che la sua casa a Via Indipendenza è stata distrutta! Stanco e demoralizzato decide di lasciare Gaeta e raggiungere Roma, dove trova l’affetto di suo fratello Silvio e della moglie Angela. Roma, di fronte al dramma della guerra e dei profughi, si dimostra, a dispetto del nome “città aperta”, estremamente chiusa ed egoista. Deluso ed amareggiato deciderà di far ritorno a Gaeta, ma dalla capitale non partiranno treni per il sud. In quel già difficile periodo subisce anche l’umiliazione del licenziamento, ma presto
riuscirà a ricongiungersi con la sua amata famiglia.

VITE SUL FILO DEL RASOIO

Laura, un’adolescente nel corso dei suoi studi liceali tristi ed uggiosi, vive la sua drammatica storia di solitudine ed emarginazione tra disperazione e droga, illusione e disinganno, erotismo ed amore. Nella società di “internet” e della globalizzazione, stenta a riconoscersi in un passato meno tecnologico, ma certamente più umano, troppo distante dalle esigenze del mondo d’oggi per essere appena tenuto in debita considerazione, ma al modo di un albero senza robuste radici è destinato prima o poi ad essere travolto dalla tempesta e dalla piena dell’irruente fiume della vita, allo stesso modo l’esistenza di Laura, nella sua scialba fatuità, sarà presto sconvolta dai ritmi meccanici ed inclementi nei confronti delle umane debolezze che la modernità impone senza margini di tolleranza. Mentre le distanze morali si dilatano di anni luce, non accade altrettanto per le distanze fisiche che, al contrario, si accorciano fino ad annullarsi in uno “spazio virtuale”.

 

 

 


LA PASSIONE DI CRISTO SECONDO SIMONE

Simone in seguito alla tragica morte del figlio Matteo, decide con l’aiuto di un geniale inventore di fare un viaggio nel passato alla ricerca del Figlio di Dio. L’impossibile diventa possibile grazie alla scienza ed alla fede! Lo spazio ed il tempo non esistono più: l’uomo del secondo millennio si trova con il suo insostenibile carico di angoscia e disperazione, accanto a colui che muore per lui e conosce finalmente il suo dolore, la sua disperazione, ma soprattutto il suo amore, la sua volontà di perdonare

Dove Trovarli

Il libro si dovrebbe trovare in llibreria su IBS, Gulliver, Bol, Libreria universitaria, webster.it, DVD. It, Gorilla.it

I commenti su Paolo Francesco

Commenti: 17
  • #17

    audino maria teresa (martedì, 29 novembre 2016 13:12)


    PROPOSTA ARTISTICA INVITO PROMUOVERE PROPRIE OPERE IN EVENTO E TRASMISSIONE TV.

    Gentile artista
    la presente per informarla che MI.A.MI. M i l a n o A r t M o b i l e M u s e u m I n t e r n a t i o n a l, una realtà che promuove l’arte intellettuale e ospita artisti sia di arti figurative che espressive nei suoi eventi a carattere internazionale ai quali sono lieta di invitarla, e dove avrà la possibilità di essere intervistato dal Maestro Michell Campanle fautore e presidente del MI.A.MI nella sua trasmissione SEGRETI in onda sulla tv lombarda VIDEOSTAR TV . e promuovere le sue opere.
    Nel caso fosse impossibilitato a partecipare agli eventi, sarò lieta di parlare dell’opera che vorrà proporre. Verrebbe inoltre inserita nel sito ufficiale con testi e foto.
    Per ulteriori informazioni potrete contattarmi al n, 3207599199 -
    Nella speranza di fare cosa gradita nella speranza di annoveravi tra gli amici scrittori colgo l’occasione per porgere i migliori saluti.

    M.Teresa Audino rec. 3207599199

    PROSSIMO APPUNTAMENTO 13 DICEMBRE 2016
    Dalle 17,30 alle 20 ONVENTION
    DALLE E 20 IN POI CENA DI GALA
    Milano Cafe
    Via Procaccini 37, 20100 Milano

    audinomteresa@gmail.com
    miamimuseum.webnote.it
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    MIAMI Milan Mobile Art Museum http://www.videostartv.eu/
    http://symposium.webnode.it/


    http://SYMPOSIUM.webnode.it/
    clicca qui sopra
    "Art for Peace"
    The 9th International Symposium of art Cultures & Traditions - Edizione 2 0 1 6
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    per presentazioni personali e collettive

    Info: mi.a.m.i. press office: 329.6553592- michellstudyforlight@gmail.com

    regolamento, programma completo e web-gallery espositori su
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    INAUGURAZIONE
    h17,30 Congresso multiculturale
    MARTEDI' 13 NOVEMBRE h20,45
    CENA DI GALA DELLE ARTI
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    con le riprese tv della

    7^ PUNTATA DEL PROGRAMMA TV "SEGRETI"
    http://mi-a-m-i-milano-art-mobile-museum-international.webnode.it/televisione-rubrica-tv-segreti/

    tutto su
    MI.a.m.i.
    M i l a n o A r t M o b i l e M u s e u m I n t e r n a t i o n a l - NO Profit Art Promotion & Communication
    rassegna stampa precedenti edizioni

    evento pubblicato su
    http://www.golfpeople.eu/?p=33214

    http://www.exibart.com/forum/leggimsg.asp?iddescrizione=212466&filter=

    http://www.finanzaediritto.it/articoli/the-5ymposium-the-5th-international-symposium-of-arts-cultures-and-traditions-10997.html
    http://www.lostrillo.it/index.php?de4fb9f8f530fcada9e15b0e68931266=55b327e435c565d8d0dfef6a631116c

    http://artesacracontemporanea.it/blog/portale.php
    http://www.eventiesagre.it/Eventi_Culturali/21068830_Milano+Arts+Festival.html
    http://www.lostrillo.it/showDocuments.php?pgCode=G20I207R2338&id_tema=3

    http://www.eventiesagre.it/Eventi_Culturali/21074711_The5ymposium.html

    http://www.undo.net/it/mostra/141302

    http://www.mdarte.it/rubriche/eventi/archivio/030612symposium.htm

    http://artetremila.altervista.org/blog/5%C2%B0-symposium-multietnico/

  • #16

    Studio Byblos (martedì, 18 novembre 2014 18:59)

    Gentile amico;

    mi permetto di disturbare per presentare i servizi editoriali offerti dalla Studio Byblos. Essi sono nati con l'intento di offrire al committente un canale per la pubblicazione delle sue opere a prezzi "su misura" e con ISBN. La filosofia operativa di Studio Byblos è quella di pubblicare e di rendere note opere letterarie di diversa tipologia e di valore, chiaramente nel rispetto dei canoni del pubblico e comune decoro. Per saperne di più La invito a visitare il link http://studiobyblos.altervista.org/index.php

    Inoltre, mi permetto di segnalarLe "Promesse Letterarie", l'ultima iniziativa di Studio Byblos. Essa è un annuario concepito come raccolta, organizzata per autore, di opere prosaiche o poetiche di persone talentuose. "Promesse Letterarie" vuole essere il tramite tra l'autore e il grande pubblico, perché verrà distribuito alle più importanti biblioteche italiane ed estere, ai comitati di lettura dei premi letterari più accreditati e ai circuiti di bibliofili più grossi d'Italia, in maniera tale che l'opera letteraria dell'inserzionista diverrà nota e fruibile a tutti gli estimatori della lettura. Verrà allestito uno stand di presentazione e pubblicità alla "Fiera del libro" di Francoforte.

  • #15

    marcello damiani (martedì, 24 aprile 2012 17:27)

    vi volevo segnalare il proprio sito web dove ho inserito una pagina per far conoscere talenti noti e meno noti. La pagina del sito www.agendagiustizia.com è EVENTI/NEW TALENTI - Il sito ospita tutti i professionisti nel mondo. Uno spazio riservato personale ai nuovi talenti dell'arte, per farsi conoscere direttamente da altri professionisti di diversi settori nel mondo. Una galleria permanente di opere di talenti noti e meno noti visibili subito oggi a 3000 iscritti all'Agenda Professionisti e a oltre 3000 visite di professionisti al mese. Arrivare subito al consumatore.

  • #14

    Armando Cacace (mercoledì, 11 gennaio 2012 12:46)

    Buongiorno, volevo segnalarti un progetto editoriale rivolto agli autori emergenti molto interessante. Sul nuovo portale ndv-ebook.it diamo la possibilità agli autori validi di inserire il proprio libro all'interno del catalogo editoriale in formato e-book. Le commissioni per gli autori arrivano fino al 40% e tutti gli aspetti promozionali sono curati dal portale.
    Visita il nostro sito: www.ndv-ebook.it
    Troverai tutte le informazioni inerenti il nostro progetti e se interessato puoi contattarci alla mail:
    autori@ndv-ebook.it

  • #13

    Sfefania Ippoli (lunedì, 21 novembre 2011 20:45)

    Paolo, poichè non ho avuto modo ancora di leggere il tuo libro,mi chiedevo se la narrazione prende spunto dalla tua esperienza di medico e affronta la risoluzione del problema anche da questo punto di vista...

  • #12

    Giovanna Palma (lunedì, 21 novembre 2011 20:44)

    già.... i giovani sono il NS futuro...possiamo fare di loro persone rispettabili,ingamba,attenti ai bisogni degli esseri,del pianeta..ecc. oppure possiamo fare di loro "coloro che ci daranno le botte nei denti..."in un modo o nell'altro....possiamo farne :un medico,un contadino,un uomo di legge,un dipendente.... oppure un delinquente,uno spacciatore,un alcolista,un buono a nulla. IL ruolo di genitore è molto difficile,però dobbiamo sforzarci di fare il ns meglio.Abbiamo occhi x vedere, orecchie x ascoltare,naso x sentire se hanno bevuto.....Io credo nel dialogo con i giovani,dobbiamo seminare in loro. :) ... ascoltarli...e farci sentire. E' difficile lo so,non siamo solo noi,sarebbe troppo facile.Purtroppo dobbiamo fare anche i conti con ciò che offre/mostra tutta la società.E poi mio marito dice che con i figli "Bisogna avere una gran dose di culo..."

  • #11

    Martino De Liguori (lunedì, 21 novembre 2011 20:43)

    E' una problematica drammaticamente presente nella nostra realtà. In una società così svuotata di valori come il rispetto e l'amore e così insensibile verso il bisogno di autorealizzazione dei giovani è fin troppo facile fornire loro l'alternativa di devastanti emozioni artificiali. Chi ha la sfortuna di cadere in trappola non deve essere lasciato solo ma i ragazzi non vanno mai lasciati soli, sono deboli a prescindere e per definizione. Non deleghiamo a nessuno la loro educazione morale e civile, nessuno è in grado di farlo meglio della famiglia.

  • #10

    Franco Valente (mercoledì, 09 febbraio 2011 20:27)

    Chiudendo il libro,alla fine della lettura,ho avvertito due contrastanti sensazioni:quella di essere piccolino,incapace,non dico di risolvere,ma forse neppure di comprendere,un dramma epocale come quello della droga io che ho sempre ritenuto che questo flagello appartenesse a poche persone sbandate e,parallelamente,quella di notare con piacere che le persone che hanno dato o danno o potranno dare un significato alla propria esistenza,per quanto meschina essa possa essere,non saranno avvolte nelle tenebre della droga.Il libro mi ha insegnato che si può uscire dal tunnell della droga con la forza della cultura,con la forza dell'amore e della comprensione.

  • #9

    Florenza Nacca (venerdì, 04 febbraio 2011 12:29)

    Scrive l'autore: "Avere non appaga e troppo spesso,di fronte ad una sovrabbondanza di possesso,ci si accorge amaramente di non essere nulla"."Dio è l'alba dopo una lunga notte di malattia e disperazione... E' il medico che cura le mie ferite, lasciandosi a sua volta ferire". E ancora: "Solo l'amore e la condivisione possono farci comprendere come la droga uccida la nostra personalità". Ho riportato alcune affermazioni presenti in Vite sul filo del rasoio, libro dal contenuto pregno di novità, idee geniali, disarmante e allo stesso tempo duro e spietato nella descrizione dei dettagli e degli eventi che si avvicendano nel corso della storia narrata. Un messaggio "nuovo", forte ed originale da diffondere soprattutto nel mondo degli adolescenti, figli, ahimè, del WEB e della realtà virtuale. Oggi il mostro della droga fa paura più di ieri, le vie di accesso a queste schifezze immonde sono sempre più raffinate e veloci, ma per uscirne definitivamente conta solo e sempre la forza dell'Amore. I ragazzi che si drogano e fanno uso di sostanze stupefacenti non devono essere lasciati soli. Stupefacente è amare! Straordinario l'essere amati! Super consigliato a chi è in cerca di una nuova chiave di lettura riguardo alla tragedia della tossicodipendenza! Auguro all'autore di questo libro di essere apprezzato per l'alto valore delle sue affermazioni,per il suo coraggio nel cimentarsi in una realtà così nebulosa e per il messaggio formidabile e chiaro che lascia nel cuore.

  • #8

    Maria Teresa Steri (martedì, 26 ottobre 2010 11:02)

    La Grandezza del vostro amore è una storia delicata, che potrebbe essere quella di tutti noi, ricca di sensibilità interiore. Colpisce l’immediatezza con cui l’autore descrive le stagioni della vita, con ricordi che scorrono, talvolta realistici e freschi, talvolta accompagnati da ferite dell’anima. Il crescendo delle riflessioni si fanno via via sempre più profonde, fino alla catarsi finale, forse triste ma non priva di speranza. Forse tutti noi dovremmo prendere esempio da Manuel e metterci di tanto in tanto davanti a noi stessi…

  • #7

    Franco Valente (martedì, 26 ottobre 2010 11:00)

    Ho letto il libro Requiem per una foglia autunnale con molta curiosità,perchè apprezzo molto il modo di vivere degli anziani pastori e degli abitanti dei paesi montani e sento tanta tristezza nel constatare come stiamo distruggendo la secolare tradizione di rispetto per la natura.Nelle pagine di questo bel libro ,nelle descrizioni di luoghi,di persone con le loro emozioni,la loro religiosità,le loro esperienze di vita vissuta o solo sognata c'è un'umanità e un'attenzione alla profondità dell'anima difficili da trovare in altri romanzi.Il pastore Francesco incarna una realtà fatta di amore,Amore per la Vita,Amore per la Natura,Amore per un Essere superiore,vissuta con semplicità e naturalezza.Stupenda la metafora dei "pini di Monte Petrella quali punti esclamativi verso il Cielo",quei pini "che avevano insegnato Francesco a guardare sempre in alto",al Paradiso.

  • #6

    Franco Valente (martedì, 26 ottobre 2010 10:59)

    Come Pellicai affronta più argomenti,intrecciati l'uno all'altro e tutti di toccante umanità:l'amore materno,la differenza di culture e di civiltà,tematiche storiche,gli orrori delle guerre,di tutte le guerre.Su tutto emerge ancora una volta la convinzione dell'autore che è solo l'Aedmore la vera molla della vita.Mi ha colpito una frase:"Chi ama serba gelosamente nel suo cuoreun moto,attendendo di tradurlo in musica o in poesia quando troverà orecchie degne di ascoltarlo ed allora...si innamorerà perdutamente.".Non sono d'accodo con l'autore nello schierarsi apertamente dalla parte palestinese,nè nel considerare un grave errore l'aver fatto uso della bomba atomica su Hiroshima,ma l'insieme del libro è molto piacevole

  • #5

    Franco Valente (martedì, 26 ottobre 2010 10:58)

    Mater Aurunca è accattivante,già nel titolo,e dà risposte a tante domande sempre represse,tormentate e mai del tutto risolte.E' scritto in una prosa mai banale,anche se a tratti ripetitiva.E' la prosecuzione di una tesi già iniziata con "Requiem di una foglia autunnale" e,in parte,di altri libri dello stesso autore,una tesi tutta incentrata sul trionfo dell'amore nella vita di ognuno di noi e del dolore vissuto nella prospettiva di un bene immediato o futuro.Vorrei che questa tesi non fosse solo un insieme di espressioni scritte sempicemente sulla carta,ma che la propensione al bene disgiunto da ogni forma di egoismo fosse l'obiettivo di ogni esistenza.

  • #4

    Franco Valente (martedì, 26 ottobre 2010 10:56)

    Il libro come La Pupilla del tuo occhio non ò di facile lettura,perchè tratta tematiche che impongono riflessione,volontà di comprendere a fondo la realtà che viviamo e che vorremmo trascendere.Sono un appassionato di teatro e spesso nei drammi la follia viene considerata la normalità,l'ancora di salvezza,il modo di vivere più genuino.Annie è una stupenda creatura che trasforma,direi trasfigura,la sua malattia mentale in un avvicinamento a Dio e costringe il suo medico a rivedere finalmente le sue certezze,che,come spessissimo avviene,sono basate su presunzione e pseudoscientificità.

  • #3

    Steri Stefano (martedì, 26 ottobre 2010 10:55)

    Può nella malattia vera e grave, la psicosi, in cui la mente è assediata da tanti pensieri che s’accavallano, s’affollano senza tregua come un mare e lì vogliono annegarla, la protagonista discernere una certezza, una solidità che par fondare sullo svelamento del dio che le parla? Può così, fidente, scoprire la sua capacità d’amare, sopita, il dio e l’uomo, che pure le parla devoto, il dottore, innamorato anche del mistero che quell’anima gli svela mettendolo a parte dei suoi pensieri intimi? Può una mente tanto provata, a partire da quella certezza, salvare se stessa dalla malattia crudele e guarire l’amato dall’illusione della propria esenzione e salute, e dalla sicurezza, che, fragile, ha fondato sulla sola razionalità? A questo il libro invita a credere, e noi, eterni pellegrini d’amore, vogliamo credergli!

  • #2

    Alfredo (martedì, 13 aprile 2010 19:11)

    ' In tutte le cose della natura esiste qualcosa di meraviglioso ' , sembra una ovvietà ma leggendo gli scritti di questo autore ci si avvicina alla natura scoprendo e meravigliandosi di come possa essere bello ed emozionante assistere ad un tramonto dalle vette delle montagne o restare attonito di fronte al silenzio impenetrabile di vallate senza tempo adagiate sulle vette dei monti Aurunci . Leggendo i libri ambientati sui Monti Aurunci si ha la sensazione di viaggiare a ritroso nel tempo trovandosi a rivivere la vita con i mezzi di chi anticamente traeva il proprio sostentamento da una simbiosi con la natura in cui la fatica del quotidiano veniva lenita dalla magica contemplazione degli alberi , dei boschi , dei fiori o di una semplice foglia che cade . Si ha in questo modo la possibilità , da persone civilizzate e contaminate dalle nevrosi della civiltà dei consumi , di conoscere quale fosse il modo di vivere di chi ci ha preceduto , quale fosse il suo rapporto con la natura e con gli animali , il sentimento religioso che inevitabilmente il contatto con la natura ispirava , antiche leggende destinate ad essere dimenticate e tutto un mondo che dovremmo riscoprire .

  • #1

    Maria Teresa (martedì, 23 febbraio 2010 10:03)

    Tutte le opere di questo scrittore sono contraddistinte da una spiritualità sincera e una notevole profondità d'animo, tali che ho incontrato raramente in altri. I personaggi sono accomunati dal bisogno intimo di trovare un senso più grande al loro essere e alla loro esistenza, un bisogno che si dispiega spesso in un percorso interiore doloroso ma sempre ricco di speranza. Mi colpisce il confronto con gli altri personaggi, che diventano parte integrante di questo cammino dell'anima. Ma non c'è solo questo. C'è tanta, tanta poesia. C'è la capacità di cogliere la bellezza della natura, il suo fascino, la sua magia. Ci sono gli interrogativi, i dubbi, le debolezze e le gioie che ci rendono umani. C’è sempre tanta sensibilità.